venerdì 20 marzo 2009

C'era una volta la "business ethics"

AIG la (ex) più grande assicurazione al mondo ha distribuito bonus pari ad una media di $395,000 a 418 dei geni che l'hanno portata alla bancarotta. L'ha fatto utilizzando soldi dei contribuenti che l'hanno soccorsa e poi si è stupita perché gli stessi contribuenti si sono inc... come delle iene ed hanno chiesto la restituzione dei bonus... l'amministratore delegato si è giustificato dicendo che sono per evitare che i dipendenti se ne vadano a lavorare da qualche altra parte... mah, dico io, in questa congiuntura economica dove vuoi che vadano, al massimo vanno in pensione, se hanno preso bonus così negli ultimi 2-3 anni possono permetterselo!

Unicredit chiede una ulteriore ricapitalizzazione di circa €4 miliardi con soldi pubblici ad Italia e Austria, mentre chiude il 2008 con un utile di... €4.012 miliardi, seppur in calo di circa 40%. Ma, non penseranno mica di distribuire dividendi e poi chiedere altri soldi ai contribuenti, hanno l'utile, che lo reinvestano per ricapitalizzarsi. Forse Profumo ha saltato la lezione di contabilità e finanza all'università in cui spiegavano che l'utile è parte del patrimonio netto dell'azienda, prima che dividendo, stock option, etc.

C'era una volta l'etica anche nelle aziende. C'erano i corsi che teneva Jeremy Rifkin a Warthon. C'era Adriano Olivetti. C'erano gli azionisti che decidevano cosa fosse meglio per l'azienda. Oggi ci sono i CEO, insomma gli amministratori delegati, che fanno il bello e il cattivo tempo, che decidono i propri stipendi e quelli di consiglieri e sindaci che dovrebbero controllarli, che invocano il liberismo e Adam Smith, ma si nascondono sotto le sottane di mamma pubblica amministrazione, lo spiegava meglio di me, alcuni anni fa, Joel Balkan, nel libro THE CORPORATION. Possiamo solo augurarci che la crisi spazzi via un po' di questi soggetti e non solo qualche milione di dipendenti.

mercoledì 24 dicembre 2008

Legalità - repressione o cultura

Faccio una cosa illegale per parlare di legalità:)
Questo post non propone nessun nuovo commento, ma vuole solo citare un estratto dall'intervista al pubblico ministero Francesco Greco fatta per il libro "Mani Sporche" di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio. Penso che questo passaggio dell'intervista riassuma in modo tristemente eccellente la condizione dell'Itali(etta) e non solo sul tema legalità:

"La legalità è un fatto culturale, prim'ancora che funzionale o repressivo. O ci mettiamo in testa che le regole devono essere rispettate e che a ogni diritto corrisponde un dovere, o siamo spacciati. Questa non è più una società di diritto, ma di interessi: e il diritto senza dovere è essenzialmente il proprio interesse. Ecco: dobbiamo riuscire a immaginarci una nuova società del diritto, perché - come diceva Guido Rossi - << in Italia non c'è una questione morale: c'è una questione giuridica>>. Nel senso che il vero problema è la scomparsa del diritto. Questo è un fatto culturale, prima che amministrativo. Governano le corporazioni: sulle liberalizzazioni del ministro Bersani, ciascuna corporazione ha difeso il proprio orticello. In Italia non passa un concetto fondamentale: il diritto ha un costo, e se non costa non è un diritto, è un abuso..."

martedì 2 dicembre 2008

Protocollo di Kyoto in Salsa Tedesca

Il 28 novembre scorso il Ministero dell’Ambiente del governo federale tedesco ha emesso un comunicato stampa che indicava che la Germania è in anticipo sugli obiettivi del protocollo di Kyoto (http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5gwuXipGoM23C8X_WKiZi-uUnANEA). Secondo i dati del governo tedesco, nel 2007 l’emissione di gas serra è stata del 22.4% in meno rispetto al 1990 – il protocollo di Kyoto prevedrebbe una riduzione del 20% entro il 2012. Lo stesso comunicato stampa invitava a leggere i dati con prudenza, perché:
1. L’inverno 2007 è stato insolitamente mite, perciò i consumi di combustibili per riscaldamento sono stati più bassi della media.
2. Nel 2007 è stata incrementata una tassa sugli oli da riscaldamento, perciò a fine 2006 c’è stata la corsa allo stoccaggio del carburante prima che la tassa producesse i suoi effetti. E, dato che l’emissione dei gas è stimata in corrispondenza del periodo d’acquisto del combustibile inquinante, e non dell’effettiva emissione dei gas, c’è una distorsione nei dati “a favore” del 2007 che non è sostenibile nel lungo periodo.
3. Le emissioni dovute agli impianti di generazione di energia sono aumentate, anche a causa di cinque impianti nucleari che non funzionavano a pieno ritmo e dell’incremento del prezzo del petrolio che ha fatto spostare i produttori verso il carbone, maggiormente inquinante.
Fra l’altro, resta il fatto che la Germania è il più grande emettitore di gas serra in Europa con oltre 950 milioni di tonnellate all’anno, quindi, anche se fossero effettivamente migliorati, sarebbero sempre la pecora nera… ma insomma d’altra parte sono il paese più popoloso e più industrializzato del vecchio continente.

Indipendentemente da tutte le cautele sul dato del singolo anno, questo comunicato stampa ha sollecitato la mia curiosità su due punti:
A. C’è effettivamente in Germania un trend di lungo periodo di riduzione dei gas serra?
B. Tale riduzione ha avuto un impatto negativo sull’economia, come paventano il nostro mirabile primo ministro e i capi di stato di alcuni paesi dell’Europa Centro-Orientale?
Per soddisfare la mia insaziabile curiosità sono andato a spulciarmi una certa quantità di dati, quanto più possibile di lungo termine e imparziali (http://epp.eurostat.ec.europa.eu); ed ho confrontato la Germania con l’Italia. Per confrontare apple-to-apple… come dicono gli americani… ho considerato dati che vanno dal 1991 al 2005, perché dopo il 2005 i dati non sono omogenei, prima del 1991 i dati Eurostat conteggiano “le due Germanie” separatamente.

La prima curiosità è presto soddisfatta. Prendendo come riferimento la CO2, il più importante gas serra in termini di quantità (dopo il vapore acqueo), nel 1991, la Germania emetteva oltre 994 milioni di tonnellate (12.5 pro-capite), mentre, nel 2005, ne emetteva circa 877 milioni (10.6 pro-capite), ovvero un calo di circa il 12%. Nello stesso periodo l’Italia passava dai 434 milioni di tonnellate (7.7 pro-capite), del 1991, ai circa 492 milioni (8.4 pro-capite), del 2005; un incremento di circa il 13%. Risposta alla curiosità A: LA GERMANIA EMETTE CIRCA IL DOPPIO DI GAS SERRA DELL’ITALIA (ma la differenza è molto più piccola se si considera il dato pro-capite), MA NEGLI ULTIMI 15 ANNI LE EMISSIONI SONO CALATE, MENTRE IN ITALIA SONO AUMENTATE. Alcuni critici fanno notare che è tutto merito di alcuni impianti di generazione di energia e impianti industriali molto inquinanti smantellati nella ex-DDR ad inizio anni ‘90 e non di politiche particolarmente innovative. A parte il fatto che la dismissione d’impianti vecchi mi pare una politica coraggiosa ed innovativa, la riduzione delle emissioni è continuata anche in questo decennio; infatti, ancora nel 2000, le tonnellate emesse erano oltre 883 milioni.

La risposta alla seconda curiosità non è altrettanto univoca. Innanzitutto, perché chi scrive non conosce i rudimenti di econometria per poter mettere in piedi una valutazione completa. Quindi mi accontento di approssimazioni:
• La lotta ai gas serra impone al paese un rallentamento della crescita economica in termini di Prodotto Interno Lordo (PIL)? SEMBRA DI NO. Il PIL pro-capite in Germania è salito da 18,300 euro, nel 1991, a 27,200, nel 2005; un incremento di circa il 49% (incremento medio annuo 2.9%). Nello stesso periodo, in Italia, siamo passati da 17,000 euro a 24,400 euro; un incremento di circa il 44%, ovvero meno dei tedeschi, seppur da noi le emissioni siano aumentate…
• La lotta ai gas serra impone al paese un rallentamento della crescita economica in termini di occupati? FORSE. Il tasso di disoccupazione in Germania è passato dall’8% del 1995 al 10.7% del 2005, mentre in Italia è sceso dal 11.2% al 7.7%.
• La lotta ai gas serra va a scapito dell’industria automobilistica, perché impone ai costruttori standards troppo costosi per la costruzione di veicoli? SEMBRA DI NO. Il valore aggiunto (misura del contributo di ogni settore al PIL) del settore produzione di mezzi di trasporto è salito in Germania da circa 48 miliardi di euro, nel 1991, a 75 miliardi di euro, nel 2005; un incremento medio annuo del 3.2%. In Italia si è passati da circa 11.6 miliardi a 12.1; un incremento medio annuo inferiore allo 0.5%.
• L’abbandono di fonti di energia elettrica inquinanti a favore di fonti alternative fa incrementare il costo dell’elettricità in modo significativo? SEMBRA DI NO. In Germania, il costo, in euro per kilowattora ed al netto delle tasse, è aumentato in media dello 0.6%, fra il 1991 e il 2005, per le famiglie e calato dello 0.6% per le industrie. Nello stesso arco temporale, in Italia, il costo per le famiglie è calato dello 0.7%, mediamente ogni anno, e per le industrie è aumentato dello 0.6%.
• Il governo tedesco avrà sicuramente foraggiato fonti alternative con uno spreco di denaro pubblico che sarebbe potuto andare ad altri usi più efficaci? BOH. La spesa totale del settore pubblico tedesco era il 46.3% del PIL, nel 1991, e il 46.8% nel 2005; c’è stato un picco oltre il 50% nella prima metà degli anni ’90, in corrispondenza degli ammortizzatori economici e sociali messi in campo per allineare le due Germanie. In Italia, la percentuale di spesa pubblica sul PIL era il 54%, nel 1991, ed è scesa fino al 48%, nel 2005.
• I tedeschi saranno stati costretti ad abbandonare il trasporto su gomma per usare più frequentemente scomodissimi treni? SEMBRA DI NO. Il trasporto di merci su gomma è passato dal 59% dei volumi totali movimentati, nel 1991, al 66% nel 2005; l’utilizzo di automobili per trasporto passeggeri è passato dall’84.6% dei passeggeri, nel 1991, all’85.6%, nel 2005. In Italia, il trasporto merci su strada è passato dall’87% al 90% (siamo riusciti ad aumentarlo, nonostante fosse già altissimo); quello di passeggeri in auto dall’80.6% all’82%.
Di nuovo, tutti gli indicatori di cui sopra sono approssimazioni, medie nazionali che non vanno a vedere il dato specifico – ad esempio dalla spesa pubblica si potrebbero togliere gli interessi sul debito, che in Italia hanno un grosso impatto –, non tengono conto delle correzioni necessarie per l’inflazione, ne pretendono di spiegare relazioni fra molteplici fattori (per chi avesse la pazienza di guardare dati molto più articolati suggerisco il seguente link - http://www.iccfglobal.org/pdf/GermanStudy.pdf). Ma tant’è, la Germania ha diminuito l’emissione di gas serra pur mantenendo una crescita economica simile all’Italia… ah, e nello stesso tempo ha integrato la Germania Est… Insomma, la risposta alla curiosità B è: SEMBRA DI NO.

E poi un governo che ti comunica che sta raggiungendo gli obiettivi di Kyoto in anticipo, ma nello stesso tempo è abbastanza onesto da non indorare la pillola, dicendoti quali vizi potrebbero esserci nel dato specifico del 2007, mi sembra già una bella ventata d’aria fresca… insomma, è la Germania che ci fa cu-cu.